La poesia di Corrado Calabrò: si può dimenticarla?

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Mar 19, 2015 Nessun commento ›› admin

La dott. Neria De Giovanni, Presidente dell’Associazione internazionale dei Critici Letterari, nell’incontro a Palazzo S. Macuto ha tracciato un bellissimo profilo critico dell’opera di Corrado Calabrò. Eccolo:

La poesia di Corrado Calabrò: si può dimenticarla?

di Neria De Giovanni

1.Non nascondo che quando mi accingevo a scrivere sulla poesia di Corrado Calabrò, sono stata colta da sconcerto. Mi sono domandata: cosa posso dire di più su questa poesia che non sia stato già detto? Cosa di personale, di nuovo, di fuori dal coro? Perché di vero e proprio coro si tratta, un coro di critici che negli ultimi anni ha seguito con interesse sempre più crescente la produzione poetica di Calabrò, portando esempi illustri che supportano la sua poesia, che ne parafrasano i risultati.

Negli anni della sperimentazione linguistica che in Italia è nota con il nome del Gruppo ’63, la poesia immediata, sensoriale e descrittiva di Calabrò ha trovato il suo nascondimento, troppo apparentemente semplice per essere inserita nella pattuglia degli intellettuali teorici di un nonsense linguistico, cervellotico e elitario, che guardava al significante come produttore di significato.

Ma Calabrò è restato fedele a se stesso, ed ha fatto bene.

Le stagioni della critica letteraria- e della poesia di conseguenza – o viceversa, si alternano: quello che prima era interessante e preminente, dopo è dimenticato. Alterne vicende delle umane cose …

Ma Calabrò, dicevo, è restato fortunatamente fedele a se stesso, alla sua vocazione poetica, a tal punto che i  maligni (e ci sono sempre quando c’è il successo) dicono che Calabrò scrive sempre la stessa poesia, o meglio Calabrò ha scritto solo un libro, poi ripassato in tante lingue, in tante edizioni diverse. Solo a leggere i titoli dei libri tradotti così come appare nell’ultima edizione spagnola, la poesia di Corrado Calabrò viaggia da Parigi a Buenos Aires, Mosca, Odessa, Timisoara, Budapest, New York, Belgrado, Città del Messico, Varsavia, Atene, Vienna, Madrid, Washington, Praga, Lisbona, ecc.

Anche il titolo di alcuni fortunati libri ritorna con spudorata freschezza: nel 1999 con la Newton & Compton dI Roma ha pubblicato un romanzo “Ricorda di dimenticarla”, e con il medesimo titolo, “Acuerdate de olvidarla”, esce in Spagna la sua ultima raccolta poetica che ha vinto, meritatamente, il Premio Internazionale di Letteratura “Gustavo Adolfo Becquer” 2015.

Ma ci sarà un motivo per cui la poesia di Corrado Calabrò ha superarto le onde procellose della critica intellettualistica e formalista degli anni sessanta, ed è riapparsa sempre più vigorosa e fertile nel nostro nuovo secolo.

2. Leggendo anche l’importante bibliografia raccolta da Anna Manna nel suo volume “L’illimite-Incontro con Corrado Calabrò”, noto che l’attenzione dei lettori più accreditati delle nostre lettere, da Pietro Cimatti a Luigi Reina, a Pierantonio Milone, a Pierfranco Bruni, a Lorenza Rocco, ecc,  si concentra su tre tematiche-concetto, tre lemmi che si allargano a dismisura producendo una moltiplicazione di significante: il mare, l’amore, la donna.

Riflettevo: i tre termini tematici sono intercambiabili e uno può contenere l’altro come in un gioco raffinato e un po’ perverso di scatole cinesi o di matrioska: la donna si fa mare nell’amplesso d’amore, il mare accoglie l’amore della donna, l’amore per la donna esplode nell’abbraccio del mare.

Giochi di parole, significati che si rincorrono in un universo poetico che non muta ma si rafforza con gli anni, si concentra su di sé e così fortifica le proprie convinzioni, il proprio universo esistenziale.

Credo che abbia influito sui geni culturali e poetici di Calabrò la sua nascita in Calabria, regione della Magna Grecia, davanti al mare “da cui vergine nacque Venere” e sempre secondo Ugo Foscolo lì dove “ erra ignudo spirito/ di Faon la fanciulla”, lo spirito di Saffo suicida per amore.

L’eros in Grecia era la più alta forma di conoscenza superando la dualità tra corpo e spirito, tra femminile e maschile, così come il mito dell’Androgine nel Simposio di Platone ci ricorda.

E’ la potenza dell’eros che ci fa cercare il nostro completamento e in tale ricerca non c’è niente di ripetitivo, bensì il rafforzamento di una necessità esistenziale primaria. Per questo in molte critiche sulla poesia di Calabrò si legge il termine ulisside, o il concetto-metafora del viaggio: non è mai conclusa la ricerca del nostro completamento, della nostra metà tagliata dalla spada affilata dall’invidia del padre Zeus.

Ma torniamo all’eros, a  quell’amore che riempie le pagine poetiche di Corrado Calabrò fin dalla prima silloge, “Prima attesa”, nell’ormai lontano 1960.

Mi sono chiesta perché tante donne nei suoi versi e di quasi nessuna ci è consentito conoscere il nome. Per esempio nell’ultima Antologia spagnola, raccolta “amorosa” già citata, soltanto Jessica, rompe il silenzio della nominazione fin dal titolo “ Jessica che levandoti…”.

Poteva essere Volpe o Clizia, come nel pluricitato Montale, nome simbolo dietro cui celare, per corretta onestà, una vera identità; oppure poteva Calabrò esaltare sempre la stessa donna cambiandone il nome per eleganza poetica. Poteva… Ed invece c’è nei suoi versi la potenza del femminile ammaliatore, esibito nell’amplesso, nella rinuncia, nell’abbandono, nel rimpianto, nel desiderio, ma rarissimamente con un nome proprio.

Perchè? Ritorno al mito di Eros e Psiche. La donna non conosce il volto e il nome dell’amante che viene a trovarla di notte, che la colma di carezze e amplessi. Non conosce e quando infrange la promessa di guardarne il volto nell’oscurità del talamo, Eros fugge via per mai più ritornare.

Forse Corrado Calabrò, nascondendoci l’identità dell’amata, ne preserva l’immortalità.

3. L’eros è il principio di individuazione del femminile ed il logos lo è del maschile; così hanno insegnato gli psicanalisti junghiani con il loro Maestro in testa…  E’ certo dunque che nella poesia di Calabrò l’eros è coniugato con il logos, in un intreccio di forte valenza universale perchè propria dell’umano completo e complesso.

So di non dire niente di nuovo quando, a questo proposito, faccio riferimento ai  lirici greci.

La lirica monodica di Alceo e Saffo fu una vera rivoluzione nell’allora comunicazione poetica ellenica. Infatti il linguaggio della poesia era stato utilizzato dai filosofi cosiddetti presocratici, Talete, Anassimandro, Anassimene, fino a Epicuro, per divulgare le proprie teorie teorico-filosofiche soprattutto sull’ archè delle cose.

Con i poeti monodici si può invece asserire che la poesia diventa a tutto tondo il luogo letterario in cui Eros domina portando al centro dell’attenzione appunto il canto di uno solo, monos, un solo animo che racconta i suoi struggimenti d’amore e così trova la nota universale che accomuna tutti gli uomini.

Proprio andando indietro alla poesia monodica greca, è del tutto evidente come in essa l’Eros si accompagni stabilmente con la Natura: la gelosia d’amore di Saffo non potrebbe esistere fuori dal colore verde delle foglie ,  l’amore consapevole di caducità di Alceo  viaggia nel mare sulle ali di un gabbiano.

La natura, soprattutto la natura marina, diventa sempre più protagonista quasi a competere con il contenuto amoroso. Soltanto a mo’ di esempio:

 Frammento di Alceo “La conchiglia marina”

O conchiglia marina, figlia
della pietra e del mare biancheggiante,
tu meravigli la mente dei fanciulli.

E Saffo:
Le stelle intorno alla bella luna
nascondono il volto luminoso
quando, piena, molto sfavilla
sopra la terra…

Come diceva Ernst Bloch, “La vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti.” , così la poesia di Calabrò, costantemente rivolta al futuro, a nuovi incontri, a nuove avventure, si capisce e si inquadra meglio se si guarda al passato, all’humus greco-classico che la sostiene e la motiva.

4. Parliamo di mondo greco antico come referente poetico di Corrado Calabrò senza però dimenticare la sua conoscenza delle poetiche contemporanee.

Eros e logos, si è detto, in cui eros è un vissuto reale o simbolico, biografico o letterario, ma il logos è la capacità di razionalizzare e versificare, di rendere il magma dei sentimenti e delle esperienze personali all’interno di un codice comunicativo e segnico riconoscibile.

Ecco così i quasi calchi da Pavese:

Verrà l’Estate “Verrà l’estate/e avrà il tuo vestitino”, dove la cifra ironica lascia trasparire comunque la più drammatica “Verrà la morte /e avrà i tuoi occhi”.

E ancora in un’altra lirica più esplicitamente fin dal titolo: “Verrà l’amore ed avrà le tue labbra”.

E Dante? Quanti richiami, quante eco dell’amato poeta: “Alla moviola” “Amore che alla gola mi sorprendi/come si scopre d’essere feriti/dalla macchia di sangue che s’espande (…)Amore che mi scopri nelle arterie/e crei l’effetto notte nella mente” e così via in una lirica in cui le strofe in perfetti endecasillabi sono in corsivo e rimandano al refrain del Canto V dell’Inferno in cui è Francesca che parla mentre Paolo piange: “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende /prese costui de la bella persona/ che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. / Amor, ch’a nullo amato amar perdona,/ mi prese del costui piacer sì forte,/ che, come vedi, ancor non m’abbandona./ Amor condusse noi ad una morte”.

I corsivi si alternano a strofe in tondo dove il verso libero libera la quotidianità che incornicia l’epifania amorosa.

Ma a bel leggere le numerose raccolte poetiche di Calabrò, molti sono i nomi degli illustri scrittori cui egli rimanda, in maniera più o meno velata: Goethe, Dino Campana, Petrarca, Leopardi.

E Montale. Soprattutto nelle poesie dell’ultima stagione poetica di Calabrò, da “T’amo di due amori” del 2010 a “Mi manca il mare” del 2013, riscontro una reductio ad minimum come in “Satura” e “Xenia”, dove Montale lascia indietro gli  intellettualismi de “Le Occasioni” e “La Bufera ed altro”, per andare su un vissuto personale ricondotto all’universale della condizione umana. Anche coniugale.

E poi c’è l’amata poesia spagnola, tanto amata da riprendere un verso di Antonio Machado, “te quiero para olviarte,/para quererte te olvido” che dà il titolo alla poesia, “Ricordati di dimenticarla”, dà il titolo ad un romanzo del 1999, dà il titolo alla raccolta appena pubblicata e premiata nel 2015 in Spagna.

A Corrado Calabrò piace il gioco di parole, la riconversione di lemmi come nel verso di Machado perfettamente speculare nella posizione dei verbi/azione.

Come per il grande poeta spagnolo, è questo un retaggio della poesia barocca che proprio nello spagnolo Gongora ebbe un importantissimo esempio, tradotto in Italia magistralmente da Giuseppe Ungaretti. E non sarà un caso, allora, se il libro appena pubblicato a Madrid, porta in colophon, la dicitura: “se acabò de imprimir el 3 de enero de 2015 aniversario del nacimiento de Pietro Metastasio…”, un altro grande  poeta del virtuosismo lessicale…

5. E virtuoso del verso lo è Corrado Calabrò anche nella variazione del modulo poetico scelto. Infatti va dal lungo poemetto come “Marelungo”, Sole di paglia, “L’esorcismo dell’Arcilussurgiu” a poesie brevi, addirittura distici come “Insulto”: “Pesante come un insulto/il tuo silenzio”.

Nel 2013 è uscita per i tipi di Vallardi un’intera raccolta che come dice il titolo “Rispondimi per SMS” trova nella comunicazione minima del messaggio sul  telefonino, la sua dimensione metrica.

Ma la forza poetica di Calabrò si può anche concretizzare in un unico verso: “ Ressa”: “ La penuria di te mi affolla l’anima”, dove l’uso sapiente dell’oximoro è giocato non soltanto all’interno del verso (affolla/penuria) ma anche tra verso e titolo (Ressa/penuria) rilasciando un’immagine indelebile della sofferenza amorosa.

E a proposito di titoli, l’illimite è un termine molto singolare che Anna Manna ha scelto per presentare la sua ultima fatica critico-letteraria che appunto ha come sotto titolo “Incontro con Corrado Calabrò”.

E’ lo stesso poeta a spiegarne l’origine in una intervista rilasciata a Oxana Pachlovska e opportunamente antologizzata nel volume: “Il vero poeta sa di terra- diceva Goethe; di terra, di mare, di voglia d’oceano, d’illimite” (p.86).

Sempre la Pachlovska incalza il poeta ricordandogli come “In un’intervista concessa a Mario Lucchesi, lei sostiene che la poesia è il bisogno dell’illimite” (p.89).

Infine, ancora dal libro di Anna Manna, Silvia Marzano recensendo la raccolta “Mi manca il mare” apre con:  “Il titolo “Mi Manca il mare” esprime più di quel che dice: va colto nella sua eco, nella risonanza di un non detto, di un tendere a un oltre e a un illimite” (p.130).

E forse proprio a questo orizzonte illimitato, non limitato neppure dalla linea del mare, tende Corrado Calabrò.

Ma il destino del poeta è più apertamente il destino dell’uomo: in questo per questo la lirica di Calabrò non è soltanto una litanìa di eventi personali, più o meno amorosi, più o meno felici.

Per questo la sua tende ad essere , vuol essere, la voce di un individuo che indica la strada della propria umanità all’umanità.

E’ poesia monodica alla greca, poesia di uno solo ma che raggiunge tutti.

Perchè l’illimite è nella mente umana pur nella sua finitezza, perché:

“La cosa più penosa è far le mosse/ Sulla battigia, invece di nuotare” (da “Lo stesso rischio”) . E questo vale non soltanto per il nuotatore Corrado Calabrò.

 

 

 

 




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